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L'Est Europa a Padova, in numeri
Da 12 anni gestiamo un negozio di alimentari dell'Est Europa in Via Venezia, e ogni giorno tra gli scaffali si sente parlare romeno, ucraino, russo, moldavo. Ma una cosa è sentirlo, un'altra è vedere i numeri. Ecco i dati ufficiali ISTAT al 1° gennaio 2025 per la provincia di Padova.
Quanti sono
Romeni: 31.879. Quasi uno straniero su tre della provincia viene dalla Romania. È di gran lunga la comunità più numerosa: oltre 8.000 persone a Padova città, poi Cadoneghe, Selvazzano, Vigonza.
Moldavi: 6.444. E sono solo quelli che hanno conservato la cittadinanza moldava: molti, negli anni, hanno preso il passaporto romeno o italiano e sono «spariti» dalle statistiche — senza sparire da Padova. Il dato più sorprendente è un altro: il Veneto è la prima regione d'Italia per presenza moldava, qui vive un moldavo su quattro di tutto il Paese.
Ucraini: 2.714 residenti, +39% in cinque anni. L'unica comunità della provincia in crescita costante. E il conteggio non include le persone sotto protezione temporanea: solo in Veneto le domande superano quota 14.000.
Polacchi: 469. Una comunità piccola ma fedele: lo scaffale polacco da noi c'è e ci resterà.
Sommando le comunità, l'Est Europa vale ben più di un terzo degli stranieri della provincia. In altre parole: è il vicino di casa, il collega, sempre più spesso il genero o la nuora. E ha una cucina che vale la pena conoscere.
Perché il cibo di casa non è un capriccio
La scienza studia l'alimentazione dei migranti da decenni, e le conclusioni sono sorprendentemente tenere.
Lo studio di Wang & Lo (Environment and Planning A, 2007) ha mostrato che, nella scelta del negozio di alimentari, identità etnica e fiducia pesano più del prezzo e della distanza. Una persona attraversa la città superando dieci supermercati — per arrivare al «suo». Noi lo vediamo ogni sabato nel parcheggio.
Gli antropologi (Holtzman 2006; Weller & Turkon 2015) hanno stabilito che la cucina è l'ultima cosa che una diaspora perde. La seconda generazione magari non parla più la lingua della nonna — ma il borscht e le placinte restano in famiglia più a lungo della lingua.
Il lavoro di Wright e colleghi (Food Security, 2021) l'ha chiamata «sicurezza alimentare culturale»: l'accesso al cibo di casa dà calore e senso di appartenenza, mentre la sua assenza viene descritta dai migranti come ansia, come la perdita di una parte di sé. I prodotti della propria terra non sono una debolezza nostalgica: sono un appoggio psicologico.
E la ricerca di Buza (Global Networks, 2025) sulle famiglie moldave in Italia ha descritto il pacco di cibo da casa come un rituale di cura: la mamma riempie la scatola di barattoli e dolci perché non può abbracciare. Ai nostri clienti lo diciamo spesso: da noi quel pacco è dietro l'angolo, tutti i giorni.
E gli italiani? Sono già a tavola
L'84,7% degli italiani ha già provato una cucina etnica, e la metà ci è arrivata tramite amici (Mascarello et al., Foods, 2020). Secondo Coldiretti/Censis un italiano su tre acquista regolarmente prodotti etnici, e il mercato mondiale dell'etnico cresce dell'8% l'anno. Nel 2022, poi, l'UNESCO ha inserito la cultura del borscht ucraino tra il patrimonio culturale immateriale da salvaguardare: una zuppa di barbabietola, servita con un cucchiaio di smetana — la panna acida dell'Est — è ufficialmente patrimonio dell'umanità.
Le famiglie miste a Padova sono sempre di più, e il marito italiano che ha scoperto borscht e vareniki (ravioli ripieni, cugini slavi dei tortelli) per noi non è più un'esotica eccezione: è un cliente affezionato.
Quindi, che siate cresciuti col grano saraceno e il latte condensato o non abbiate mai sentito la parola zacuscă: dietro questo scaffale ci sono decine di migliaia di padovani e parecchia scienza seria. Entrate, siete a casa.



































































